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“ E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE” relazione di Annamaria FURLAN Segretaria Generale CISL

Relazione della Segretaria Generale CISL Annamaria Furlan.

Roma, 8 ottobre 2014

CARE AMICHE, CARI AMICI

Ringrazio, con profonda emozione, il Consiglio Generale per la FIDUCIA che ha voluto manifestarmi, per la RESPONSABILITÀ che ha inteso attribuirmi, soprattutto per l’ONORE che mi ha riconosciuto eleggendomi all’incarico che fu di Pastore, di Storti, di Macario, di Carniti, di Marini, di D’Antoni, di Pezzotta, di Bonanni.

Consentitemi, però, in un momento così importante nella mia vita di donna e di militante della CISL, di rivolgere il primo pensiero alla mia famiglia. So che il mio debito nei confronti di mio marito Stefano, di mio figlio Matteo dei miei genitori è tanto grande da non essere quantificabile e, quindi, inestinguibile. Con l’unica attenuante che anche il mio amore per loro è della stessa, identica natura!

Il secondo pensiero è per tutte le donne che hanno preso parte alla storia di questa organizzazione, nella consapevolezza che l’elezione, per la prima volta, di una donna alla carica di segretario generale della CISL rivesta un valore politico e simbolico che va ben al di là della modestia della mia persona e che incorpora, dalle origini, una storia di straordinaria militanza, di intelligenza, di tenacia, di generosità, di partecipazione, che appartiene a tutti noi.

In questo senso è un giorno di festa per tutte le donne e per tutta la CISL!

Soprattutto, però, vorrei che fosse un giorno di speranza per tutti noi, di fondata speranza, di realistica speranza per il nostro Paese e di dimostrare come Cisl la capacità di proporre ai nostri iscritti, all’opinione pubblica, alla rappresentanza politica, ai Governi un’uscita di civiltà al travaglio irrisolto del nostro tempo.

All’interno di queste coordinate, svilupperò ed offrirò al vaglio del Consiglio Generale, le mie brevi linee di riflessione.

  1. L’evoluzione della crisi: una spirale drammatica

Siamo al culmine di una grande difficoltà, sia per i lavoratori che per il sindacato. I primi sempre più stremati da una crisi che è stata sottovalutata all’inizio e che ora rende affannosi e inadeguati tutti i tentativi di contrastarla con gli strumenti convenzionali della politica economica e sociale. Il secondo sempre più schiacciato sulla difensiva non tanto dalle bordate dei suoi critici – più o meno autorevoli, più o meno imparziali – ma dall’eccesso di disoccupazione e dalle contraddizioni che emergono dal dualismo del mercato del lavoro.

Al 30 giugno l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse a non essere ancora uscito dalla recessione.

L’Ocse, la Bce ed i principali centri di analisi congiunturali prevedono una caduta del Pil italiano nel 2014 compresa tra lo 0,3% e lo 0,5%. Su 6 anni di crisi l’Italia ne ha passati 5 in recessione.

Non solo. L’Italia è ai primi posti per ingiustizia sociale e agli ultimi per inclusione sociale. La povertà assoluta è più che raddoppiata durante la crisi coinvolgendo oltre 7milioni di italiani.

L’area della disoccupazione, della precarietà e del disagio sociale oscilla tra i 15 ed i 16 milioni di persone.

Un contesto drammatico, il più grave nella storia del nostro Paese dal dopoguerra, che ha logorato in profondità la coesione sociale faticosamente costruita in lunghi anni di impegno e di lotte sociali, ha espropriato del diritto al futuro un’intera generazione ed è gravido di preoccupanti instabilità, turbolenze, incognite negli assetti istituzionali e politici della nostra democrazia.

  1. La nostra diagnosi: il triangolo di lungo periodo “produttività – politica industriale politica economica”

L’Italia è arrivata alla vigilia della crisi con la zavorra pesante di una lunga stagnazione della produttività. È una delle ragioni decisive della persistenza differenziale della crisi italiana nel confronto internazionale.

Non è, purtroppo, la sola.

Con essa si combina la latitanza della politica industriale nel nostro Paese nell’ultimo quarto di secolo.

I Paesi più colpiti dalla crisi sono agli ultimi posti, oltre che per livelli di produttività, nella graduatoria degli investimenti in istruzione, formazione, ricerca e sviluppo. Viceversa i Paesi che hanno contenuto gli effetti della crisi e ne sono usciti in tempi brevi sono i primi nelle sinergie tra investimenti pubblici e privati in queste aree strategiche.

Una politica industriale, adeguata al momento storico, dovrebbe favorire, attraverso istituti dedicati, la circolarità di sinergie e di cooperazione tra scienza, industria e finanza.

In Italia non c’è traccia di un’impostazione di questo tipo.

Coerentemente una politica industriale dovrebbe affrontare tutti gli altri fattori che stanno progressivamente relegando l’Italia nella zona d’ombra del declino nello scenario globale. Il basso livello dimensionale delle imprese, la loro sottocapitalizzazione, il contenuto mediobasso di innovazione e di intelligenza, le pastoie burocratiche, i costi energetici, l’arretratezza infrastrutturale, l’accesso al credito ed il rapporto banca/industria.

Tutto ciò rappresenta un groviglio perverso che deprime la produttività totale dei fattori ed accentua lo svantaggio competitivo del nostro Paese.

Il terzo lato del triangolo che spiega, insieme alla stagnazione della produttività ed alla latitanza della politica industriale, la deriva economica, sociale, politica del nostro Paese è rappresentato dall’insufficienza della politica economica dei Governi.

Anche questa è una variabile di lungo periodo.

L’insufficienza della politica economica è proseguita, purtroppo, anche nella fase più acuta della crisi con i Governi Monti e Letta e non dà segni di innovazione sostanziale e di svolta radicale neppure nel dinamismo riformista del Governo Renzi.

Non si vuole prendere atto, cioè, che nella gerarchia dei fattori che hanno determinato la crisi, intervengono, certamente, la de-regolazione dei mercati finanziari, la finanza predatoria, le politiche monetarie espansive, gli squilibri macroeconomici globali ma che il fattore determinante sul quale si è fondata l’architettura della crisi è rappresentato da un trentennio di cattiva distribuzione del reddito e della ricchezza e di crescita esponenziale delle diseguaglianze prima nelle economie anglosassoni, poi in tutte le economie avanzate.

Senza la grande sperequazione distributiva non ci sarebbe stato il ruolo di supplenza speculativa della finanza.

Il resto è corollario, certamente importante, necessario, ma, appunto, condizione necessaria ma non sufficiente.

I Governi hanno invertito la scala delle gerarchie e delle priorità: hanno lavorato e continuano a lavorare sui corollari delle “riforme strutturali” anziché sulla variabile strutturale decisiva della domanda aggregata.

  1. Per uscire dalla crisi: la gerarchia delle priorità

Dopo 6 anni di crisi, cinque dei quali in recessione, l’equilibrio sociale è prossimo al punto di rottura, le incognite politiche elevate.

È indispensabile ed urgente una politica economica in grado di produrre, in tempi brevi, l’attesa inversione del declino e di inaugurare un nuovo ciclo lungo di crescita, di ricostruzione industriale, di responsabilità e di coesione sociale, di tutela e di equilibrio ambientale.

La condizione decisiva, a tal fine, risiede in una ripresa vigorosa degli investimenti.

Fmi, Ocse, Commissione Europea suggerirono, nella fase più acuta della crisi dei debiti sovrani, una tassazione selettiva delle fasce più elevate di ricchezza patrimoniale, nell’ambito di una politica fiscale decisamente orientata a de tassare i redditi da lavoro e da impresa e a tassare le rendite immobiliari e finanziarie.

I vari Governi hanno accolto solo parzialmente un tale orientamento.

L’Imu, non selettiva e non progressiva, ha avuto effetti depressivi sulla domanda interna poiché ha colpito, soprattutto, le fasce sociali medio-basse con più elevata propensione al consumo.

Egualmente, l’aumento dell’aliquota fiscale sulle rendite finanziarie al 26% colpisce, in forme indiscriminate, sia il piccolo risparmiatore, sia il grande rentier.

Restano in zona franca le grandi concentrazioni di ricchezza sia immobiliare, sia finanziaria accumulate in seguito alla crescita costante delle diseguaglianze di reddito e di ricchezza nell’ultimo quarto di secolo.

Questione sulla quale ritengo opportuno interrogarci ed aprire una riflessione approfondita, assistita da esperti, nei nostri Organi dirigenti per comprendere a fondo quali possano essere le fonti di risorse che alimentano gli investimenti pubblici in condizioni di deficit e di debito elevati.

Il secondo elemento della domanda aggregata è costituito dai consumi.

Consumi ed investimenti devono essere contestuali per alimentarsi circolarmente a vicenda e per innescare una dinamica cumulativa di crescita.

Gli 80 € di riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori sono stati una buona operazione, esplicitamente finalizzati ad alleviare la sofferenza sociale e a sostenere la domanda interna, ma non sufficiente a produrre alcuna inversione del ciclo recessivo né la crescita attesa.

Pesano sul depotenziamento della manovra sia il livello di indebitamento delle famiglie, sia, in assenza di esposizione debitoria, la previsione, ormai interiorizzata, di un ulteriore deterioramento dello scenario atteso ed il conseguente aumento della propensione al risparmio. Non a caso i risparmi sono cresciuti di 274 miliardi.

Per uscire dalla palude nella quale il nostro Paese è incagliato la CISL continuerà a proporre di associare ad una politica dirompente, selettiva e finalizzata di investimenti pubblici un’equa riforma fiscale che trasferisca peso fiscale sulle fasce alte ed altissime di reddito e liberi risorse a favore delle fasce medio-basse, con particolare attenzione al reddito da lavoro, da impresa, da pensioni.

Per queste ragioni la CISL incalzerà il Governo nell’ambito della delega per la riforma fiscale che il Parlamento gli ha conferito!

Su questa svolta bruciante, da costruire in orizzonti temporali urgenti, si potranno e si dovranno innestare una politica industriale ben strutturata ed un recupero accelerato di produttività in orizzonti temporali di medio-lungo periodo, assegnando un ruolo decisivo alla contrattazione di secondo livello.

La CISL può vantare, sotto questo profilo, una tradizione negoziale ed una ricchezza culturale uniche nella storia del nostro Paese.

Per questo è urgente confermare la centralità della contrattazione di secondo livello, spostando competenze e risorse contrattuali, nel solco di quanto formulato fin dal lontano 1953 dal Consiglio generale di Ladispoli, quando in un’Italia agricola e da ricostruire dopo le devastazioni belliche, la Cisl propose ai lavoratori ed al Paese un futuro di sviluppo industriale e di crescita della produttività, gestita attraverso i Comitati misti di produttività e la contrattazione partecipativa.

  1. Democrazia sostanziale e populismo: un’alternativa irrisolta

E’ stato sempre nella “nottata” e non quando le cose andavano bene per l’economia e per l’occupazione, che il sindacalismo confederale ha dato il meglio di sé nel fornire ai lavoratori e al Paese sicurezza, prospettiva, spinta al progresso. Anche con scelte dolorose, poco comprese da alcuni ma assunte con grande visione del futuro dai dirigenti sindacali dell’epoca. Penso, per citarne alcuni, all’accordo sui licenziamenti dell’inizio degli anni 50, a quello di San Valentino, al superamento della scala mobile, alla riforma del modello contrattuale.

La fase è troppo nuova per non mettersi sulla stesso orizzonte. E lo si deve fare, in continuità con quanto elaborato e proposto finora, con un confronto a tutto campo, a tutti i livelli, con tutti gli interlocutori che vogliono confrontarsi con noi.

In gioco c’è molto di più di quello che si dice in questi giorni.

In discussione, c’è la ridefinizione, sia per la politica che per il sindacato, della qualità e dell’ampiezza della rappresentanza, con effetti imprevedibili e non innocui.

Per questo il sindacato, la Cisl, deve aprirsi al confronto, deve ragionare con tutti, con la consapevolezza che il proprio confine è la pluralità dei lavoratori, e dei pensionati, le loro diversità e nello stesso tempo le loro specifiche identità. Si devono costruire le scelte che necessariamente vanno assunte, forti di un consenso costruito tra la gente, per essere sicuri che il confronto con le controparti private e pubbliche sia sostenuto da una rigenerata rappresentanza.

Questa ispirazione percorre tutta la storia della CISL. La sua fecondità politica investe organicamente la nostra visione della rappresentanza sindacale e struttura la nostra concezione della democrazia partecipativa.

A ben vedere, infatti, l’uscita dalla crisi deve fondarsi su un grande patto sociale in grado di mobilitare il protagonismo della società civile, di coinvolgere le sue grandi associazioni rappresentative, di elaborare la sintesi condivisa tra interessi particolari, per quanto estesi, e bene comune.

Questo è il nucleo costitutivo della democrazia partecipativa che segna, dalla nascita, l’identità della CISL.

Un Governo che eserciti il legittimo potere ricevuto dal Parlamento attraverso l’ascolto, il confronto, la sintesi con i grandi soggetti sociali rappresentativi completa la democrazia rappresentativa e le conferisce, secondo la definizione di Giulio Pastore, i caratteri della democrazia sostanziale.

Anche la cultura del Governo Renzi rischia di essere prigioniera della concezione populista fondata sul rapporto diretto, senza mediazioni tra leader e popolo.

Prendo ad esempio la questione del salario minimo che il Jobs Act vuole offrire come tutela diretta del Governo ai lavoratori rimuovendo il pregio incontestabile del nostro sistema contrattuale che offre minimi salariali decisamente più elevati di quelli, eventualmente, stabiliti per legge e, soprattutto, aderenti agli specifici contesti produttivi e professionali dei diversi settori che un unico livello di salario minimo ignorerebbe.

L’autonomia pattizia delle Parti Sociali risulta, pertanto, decisamente più equa ed efficace della garanzia meccanica ed indistinta che offrirebbe la legge, tale da configurare diffusi fenomeni di dumping sociale!

Il Premier, e non solo lui, fa dell’articolo 18 una questione simbolica da offrire all’Europa in cambio di margini di flessibilità di bilancio. Per noi il tema principale è il superamento delle scandalose precarietà del mercato del lavoro contestuale alla garanzia del reintegro del

lavoratore nei casi di licenziamento illegittimo di tipo discriminatorio e disciplinare.

Per questo vogliamo che l’incontro di ieri, primo ed unico in 7 mesi, con il Presidente Renzi con il Sindacato Confederale, rappresenti una volontà comune di confronto, sintesi, assunzione di responsabilità al servizio del bene comune.

Al Governo ed al Paese offriamo, come sempre ha fatto la CISL nei tornanti più duri e drammatici della nostra storia, il contributo della nostra cultura convinta, come non mai, che non la pretesa di autosufficienza autarchica della politica, non la solitudine dell’impresa e del lavoro ma un grande patto solidale dei legittimi interessi, un grande slancio di cooperazione tra Governo e Società civile comune possa riaprire all’Italia l’orizzonte di speranza e di futuro che merita.

  1. L’Europa: una Federazione internazionale di Stati in una comunità cosmopolita di cittadini del mondo.

L’uscita dell’Italia dalla crisi, attraverso la strategia che ho brevemente tratteggiato, non può essere un percorso solitario e monocratico. Essa esige, come condizione complementare necessaria, la coerente integrazione e sinergia tra strategie nazionali ed europee.

Operazione tanto ineludibile quanto ardua poiché le politiche di austerità fiscale dominanti nell’Unione continuano a trasmettere alle economie impulsi recessivi che confliggono con la ripresa della crescita.

Il Fiscal Compact ne rappresenta l’emblema. Esso estremizza i parametri di Maastricht introducendo il parametro-obiettivo del deficit strutturale pari allo 0,5% del PIL che impone costanti manovre di aggiustamento di bilancio anche ai Paesi dell’Unione che possono vantare un rapporto deficit/PIL inferiore al 3% stabilito da Maastricht.

Ad abundantiam il medesimo Trattato esige la riduzione della quota di debito pubblico eccedente il 60% del rapporto debito/PIL nella misura di 1/20 all’anno.

La perentorietà del Fiscal Compact si è concretizzata nella richiesta, accolta da tutti i Paesi dell’Unione, di introdurre le sue regole nelle leggi fondamentali o nelle costituzioni. Il Parlamento italiano ha, prontamente, modificato la Costituzione in tal senso.

Un’impostazione di questo tipo comporta per il nostro Paese la destinazione annua di un volume di risorse alla gestione del servizio del debito intorno al 10% del PIL.

Si tratta, come ognuno può agevolmente comprendere, di una zavorra insostenibile sulle prospettive di ritorno alla crescita.

Abbiamo apprezzato l’impegno immediato di Renzi, come Presidente di turno dell’Unione Europea, ad introdurre elementi di flessibilità nel sistema vincolante delle regole contabili. Lo invitiamo a proseguire con determinazione convinti come siamo che il Fiscal Compact debba essere riformato nella sua impostazione prociclica ed il suo dispositivo recessivo sospeso sino al consolidamento della ripresa.

La Presidenza Junker ha annunciato 300 MLD € di investimenti in 3 anni utilizzando i fondi esistenti. Si tratta di un impegno di gran lunga insufficiente!

La CES ha calcolato che investimenti nell’ordine del 2% del PIL annuo per 10 anni creerebbero in Europa 11 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.

La BCE, sotto la guida di Mario Draghi, ha messo in atto politiche monetarie non convenzionali di grande portata: tassi ufficiali allo 0,05%, piano di 1000 MLD€ di prestiti alle banche europee allo 0,10% con il vincolo della loro trasformazione in crediti alle imprese ed alle famiglie.

Ma lo stesso Draghi è stato esplicito: la politica monetaria ha giocato tutte le sue carte e continuerà a mantenere i tassi prossimi allo zero nel lungo periodo per contrastare la tendenza deflattiva, ora tocca alla politica, ai Governi, all’Europa!

Un’occasione irripetibile per il Semestre europeo a guida italiana per riportare il progetto europeo nel solco tracciato dai Padri fondatori. Parlo della visione di Altiero Spinelli di una Federazione internazionale di Stati, comunità cosmopolita di cittadini del mondo, fonte solidale di benessere.

Un traguardo verso il quale potrebbero ricondurci anche gli Eurobond.

Essi realizzerebbero, infatti, la svolta verso la federalizzazione del debito superando il punto di non ritorno verso un bilancio ed una politica economica della Federazione europea. Ed abbatterebbero decisamente il costo del servizio del debito.

Pochi ricordano, a questo proposito, che se le 13 colonie che si ribellarono al dominio inglese (più d’una al limite della bancarotta) non avessero federalizzato il debito accumulato nella guerra di indipendenza americana, gli Stati Uniti non sarebbero mai nati!!!

Anche questa è una lezione storica colpevolmente rimossa!

        6.  La CISL: un giacimento aureo di intelligenza collettiva, innovativo e responsabile

Il tema del rapporto tra lavoro e sviluppo economico e, conseguentemente, il contributo autonomo che il lavoro può offrire allo sviluppo è una costante della riflessione teorica e politica della CISL.

Questa linea di pensiero e di proposta raggiunse due momenti alti: il progetto di risparmio contrattuale a metà degli anni cinquanta (Segreteria Pastore e poi Storti) ed il Progetto di fondo di accumulazione elaborato all’inizio degli anni ottanta (Segreteria Carniti).

Non è questa la sede per analizzarli in dettaglio. Ma è l’occasione per dirvi che quella linea di pensiero e di azione dev’essere, a mio parere, recuperata integralmente nella sua ispirazione e nella sua fecondità di metodo poiché rappresenta la precondizione per offrire alla nostra idea di democrazia economica coordinate teoriche e prospettive politiche di attuazione.

Dovremo recuperare questa radice antica, feconda e straordinariamente attuale se, insieme, lo riterremo necessario ed aprire le opportune sedi di ricerca e di elaborazione.

Dovremo valorizzare adeguatamente i ricchi giacimenti di intelligenza collettiva diffusa di cui la CISL dispone, dal Centro Studi di Firenze, all’Ufficio Studi, ai Dipartimenti confederali, agli osservatori delle categorie e dei territori, da riorganizzare per rafforzarne ruolo e compiti.

Disponiamo di analisi rigorose, riconosciute, apprezzate ed utilizzate dalla comunità scientifica, dalle ricerche del Centro Studi ai Rapporti sulla contrattazione di secondo livello confederali e di categoria che alimentano, con efficacia, il circuito formativo ma non entrano a sufficienza nel dibattito del Gruppo Dirigente confederale e non arricchiscono, come dovrebbero, la qualità ed il livello della sintesi strategica.

Dovremo impostare una più strutturata politica dei quadri. Affidarne la gestione a presidi specialistici dì categoria e regionali. Definire con trasparenza i profili dei nostri ruoli, i percorsi formativi e professionali necessari per ricoprirli, i criteri di valutazione che l’Organizzazione assume.

Un patto forte, leale, trasparente tra la CISL ed i suoi militanti, perché la CISL è i suoi militanti, all’interno di una comune condivisione di valori e di impegno.

    7. Una struttura organizzativa che rende protagonisti gli uomini e le donne del lavoro.

La riforma organizzativa che ha ridisegnato territori e categorie della nostra organizzazione l’abbiamo fortemente voluta per rendere la CISL più efficace nello svolgere i suoi compiti di rappresentanza sociale e contrattuale.

Per questo, oggi, celermente dobbiamo portare a termine i processi di accorpamento delle categorie che insieme abbiamo scelto di compiere.

Pagheremmo cari ripensamenti, tentennamenti, dilazioni temporali non più consentite.

Il Sindacato a venire non può più eludere un elemento di fondo della crisi attuale che di fatto ha ridimensionato il modello novecentesco, socialdemocratico di Sindacato. Per dirlo con una formula semplice: le vittime della disuguaglianza non si organizzano collettivamente perché la dinamica strutturale dell’arricchimento e dell’impoverimento avviene in un contesto dominato da culture individualistiche e, quindi, desocializzanti, dissociative.

Ebbene, se una lezione ci ha impartito questa Grande Crisi è che non avvicina i sofferenti, le vittime della disuguaglianza vivono individualisticamente la loro condizione, anche nelle modalità tecnico-finanziarie subite: l’indebitamento bancario.

De Rita ha utilizzato un’immagine efficace per descrivere questa situazione: la nostra società è come un grattacielo in cui mancano le scale tra un piano e l’altro. E’ una situazione che colpisce nell’anima di fondo il Sindacato alla cui origine sta un’azione congiunta di persone che partono da una condizione di isolamento e di debolezza e che, attraverso un processo di consapevolezza alimentano un’organizzazione collettiva per negoziare, insieme, condizioni migliori per tutti.

Assunto questo dato, basta l’architettura organizzativa che noi ci siamo dati? Certamente no.

Oggi dobbiamo cambiare profondamente il nostro modo di fare sindacato. Con un intreccio molto diverso, anche in termini di competenze e responsabilità, tra il livello nazionale ed il livello decentrato, la confederazione e le categorie.

Dobbiamo rafforzare la Cisl laddove incontriamo i bisogni, le aspettative di chi vogliamo rappresentare.

Alla luce dei cambiamenti e quindi anche dei baricentri contrattuali che si spostano dal centro al territorio, e alle aziende, dobbiamo rimettere mano al nostro modo di lavorare, alle nostre competenze, alle nostre responsabilità.

Avere una struttura organizzativa che rende protagonisti gli uomini e le donne del lavoro, significa un rafforzamento straordinario contrattuale, sociale e politico del sindacato territoriale e aziendale.

E’ questo il senso del processo di semplificazione che abbiamo iniziato con Raffaele Bonanni e che ha lo scopo di dare più risorse alla prima linea del sindacato.

Non ci deve, affatto, spaventare il “giudizio di moda” di tanti uomini delle istituzioni che provano a dire “il re è nudo”, di fronte alla inconcludenza di tanta parte, purtroppo, delle relazioni sindacali.

Il sindacalismo, fin dalle origini, non ha mai implorato autorizzazioni o simpatie gratuite: il suo posto se l’è conquistato anche in condizioni difficilissime.

E, poi, è stato ascoltato!

Sarebbe fin troppo facile dimostrare che le difficoltà sindacali sono ben poca cosa rispetto a quelle di tanti altri soggetti associativi, a cominciare da quelli di partito.

Noi, invece, accettiamo come utile questa sfida.

Non gridiamo alla “lesa maestà”!

Ma a “noi” tocca l’onere di ampliare la nostra rappresentatività. L’associazionismo è bello quando è espansivo, non quando si concentra dove è più facile metterlo in piedi.

E le risorse liberate – di tipo materiale, morale, intellettuali – devono essere spese per “andare nei mondi difficili”. A partire dal mondo giovanile, a quello del precariato da noi troppo spesso non abbastanza attenzionato e rappresentato.

Per questo penso che la prima questione che noi dovremo affrontare, al nostro interno, è come proseguire nella riforma organizzativa e ridisegnare profondamente competenze, responsabilità e metodologie di lavoro dentro le nostre strutture.

Possiamo fare questo da soli? E’ complicato. Per questo proporrò al consiglio generale, subito dopo gli adempimenti statutari, di costituire sessioni di studio specifiche con esperti esterni che non facciano le scelte per noi. Quelle sono scelte politiche che competono solo a

noi, ma che ci aiutino con obiettività, a leggere meglio il cambiamento.

CONCLUSIONI

Care Amiche, Cari Amici

Ho provato a delineare la mia visione della CISL, maturata sul campo, nel corso di una lunga militanza e messa alla prova in questi anni duri e formativi.

Spero di esser riuscita a confermare il profilo di una Cisl autenticamente riformista, rigorosa e pragmatica, intransigente e responsabile, coerente con il lascito e con la lezione straordinaria di Giulio Pastore e di Mario Romani; una CISL in sintonia profonda con le domande, il travaglio, le speranze del nostro tempo.

Per fare questo ci vuole militanza, lungimiranza e coraggio. Quello che ha dimostrato Raffaele Bonanni negli anni della sua guida della nostra Organizzazione. Con Raffaele la Cisl ha raggiunto traguardi di adesione, protagonismo politico-sindacale davvero straordinari.

Nel passato la Cisl ha dimostrato sempre una capacità strategica seconda a nessuno, con Raffaele abbiamo a questo aggiunto l’inestimabile primato per capacità di mobilitazione e di orgoglio identitario.

Tutto questo ha profondamente cambiato la Cisl e ci ha fatto raggiungere consensi dentro e fuori i posti di lavoro, in ogni settore ed in ogni circostanza.

Per questo gli dobbiamo molto, io più di ogni altro.

Lavorare con lui è stato per me entusiasmante, formativo per competenza ma anche per attitudine alla responsabilità.

Nella mia vita sindacale ho avuto buoni maestri. Nella categoria, nella confederazione territoriale e regionale, ma Raffaele è stato per me il maestro più significativo. Se oggi mi sento di poter svolgere un ruolo così impegnativo è perchè da lui ho imparato non il coraggio, su quello ha provveduto fortunatamente la natura, ma la pazienza dell’ascolto, della condivisione, dell’umiltà che nella responsabilità è un dovere. Inoltre, un grazie affettuoso e sincero va ai miei colleghi di segreteria, quelli attuali e quelli degli anni passati, e soprattutto un grazie di cuore ai colleghi e colleghe del Dipartimento del Terziario con cui ho condiviso ogni giorno, lavoro ed amicizia, delusioni e momenti esaltanti.

Care Amiche, Cari Amici

Spero, di aver giustificato il titolo che ha ispirato la mia riflessione, il canto XXXIV della Divina Commedia con il quale si conclude l’Inferno, e Dante e Virgilio tornano a rivedere il cielo dopo un viaggio ed un esito che assumo come metafora augurale del momento storico che stiamo vivendo.

Non siamo soli.

Continuiamo a sentirci impegnati nel costruire rapporti unitari chiari, trasparenti, di squisito merito sindacale con CGIL e UIL.

Abbiamo costruito in questi anni tumultuosi alleanze e collaborazioni con uno schieramento ampio di Associazioni e di Organizzazioni cattoliche e laiche con le quali abbiamo condiviso l’analisi della crisi e le conseguenti proposte di riforma del capitalismo finanziario.

Il ritorno all’autenticità del messaggio evangelico di Papa Francesco, il suo invito ad esercitare il potere come servizio degli ultimi rappresentano un segno importante della possibile evoluzione del nostro tempo.

È il nostro modo autentico, non farisaico, di assumere laicamente ed autonomamente nella nostra riflessione e nella nostra azione l’elaborazione della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

Care Amiche, Cari Amici

Per queste ragioni, che ho tentato brevemente di dirvi, penso alla CISL come giacimento inesauribile di intelligenza collettiva, di passione civile, di innovazione, di slancio solidale, di responsabilità!

Per le medesime ragioni vivo profondamente il senso etico, il valore politico, la bellezza della dimensione collettiva che ci vede insieme sulla frontiera avanzata di un impegno di civiltà!

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